Mehser, la guerra oltre il confine

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Nel piccolo villaggio turco a 3 km da Kobane una comunità di solidali sostiene i propri cari a Kobane

La giornata a Mesher inizia molto presto, durante la notte i combattimenti sono stati incessanti e ancora all’alba si possono sentire i colpi di mortaio.

Il villaggio è a ridosso della frontiera siriana, a soli 3 km da Kobane. Oltre ai pochi abitanti, dall’inizio dell’assedio qui sono confluiti alcuni rifugiati, i parenti dei combattenti e tanti solidali con la resistenza, trasformando il paesino in una vera comune. Siamo alloggiati nei locali della moschea e il BDP, partito curdo al governo nella vicina città di Suruç, fornisce gli approvvigionamenti anche agli sfollati che si trovano qui.

Seduti intorno al fuoco, sorseggiando un chay, incontriamo Omar, un ragazzo di 35 anni che volentieri ci racconta perchè anche lui è qui come volontario. Omar è originario del monte Ararat, la sua famiglia professa ancora il credo zaratustriano, mentre lui è vive ad Istanbul da alcuni anni ed è fortemente contaminato dalle idee dell’ecologia sociali.

Gli chiediamo subito cosa pensa del “confederalismo democratico”, sistema sul quale si basa l’autonomia regionale dei tre cantoni curdo-siriani in Rojava, di cui Kobane è parte integrante:

Le idee maturate dalla leadership del BDP sono fortemente discusse oggi dalla base. La Rojava in questo passaggio è fondamentale perchè dimostra che è una strada praticabile. Non penso sia una “scelta debole” anzi ha alcune innovazioni importanti, soprattutto per quanto riguarda il ruolo delle donne e l’ecologia. Le donne stanno guidando il cambiamento della nostra società e per loro passa la rivoluzione. Anche per quanto riguarda l’ecologia le donne stanno guidando questo cambio di mentalità. Anche loro sono state vittime del sistema di dominio con cui l’uomo sfrutta la natura. Dalle donne passa l’educazione delle nuove generazioni.

Cosa pensi dello sfruttamento del petrolio?

Penso sia un problema, anche se in questo territorio la risorsa più sfruttata è l’acqua. Qui in Kurdistan negli ultimi anni sono state diverse le proteste contro la costruzione di fabbriche idroelettriche. Anche la sinistra turca oggi è molto attenta all’ecologia e ci sono diverse proteste anche nella parte est del paese. Negli anni ’70 la sinistra era convinta che il progresso fosse utile a tutti, oggi pensiamo che il progresso arricchisce solo i capitalisti mentre i disastri ambientali li subiamo tutti. Penso che anche la natura sia coinvolta nel conflitto di classe contro i capitalisti.

Cosa significa che in Rojava si combatte per l’umanità?

Si sta cercando di costruire una democrazia reale in cui possono coesistere i diversi popoli oggi divisi dalla tragedia dei conflitti tra i diversi gruppi religiosi.

Come vedi i sistemi democratici proposti e praticati in Europa?

Tu pensi che le persone siano felici? Nelle grandi metropoli c’è una completa separazione dell’uomo dalla natura, si è fatto di tutto per eliminare gli animali e gli alberi dalle città. La democrazia andrebbe misurata secondo i criteri della felicità, parlare di democrazia senza dargli un significato pratico, senza mettere l’umanità al centro, non ha alcun senso.

Ripartire da Kobane

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Nel mezzo del conflitto siriano, nelle tre principali aree curde del nord della Siria, uno straordinario esperimento di democrazia ha folgorato tutti gli amanti della libertà. Dopo aver espulso gli emissari di Assad, e nonostante l’inimicizia di gran parte dei vicini, la Rojava non solo sta mantenendo la sua indipendenza, ma sta portando avanti la sua “rivoluzione segreta”. I corpi titolari del potere decisionale sono le assemblee popolari, in ogni governatorato le cariche vengono assegnate con il rispetto tanto delle diverse etnie quanto dei generi, ci sono consigli dei giovani e delle donne. Proprio le donne, unite nelle brigate delle YPG, stanno guidando l’eroica resistenza di Kobane contro l’avanzata dello Stato Islamico. Al califfo Al-Baghdadi non deve andare giù che a fermare il suo esercito siano proprio le donne che lui vorrebbe vendere come merci nei mercati di Raqqa. Non deve andar giù nemmeno che una “città ribelle”, con un esercito popolare e male armato, stia resistendo da oramai due mesi, quando grandi città come Raqqa e Mosul sono cadute in meno di 24 ore. Abbiamo l’impressione che Kobane da sola stia scompigliando le carte dei grandi attori internazionali nella regione, in una partita che va ben al di là della sua sopravvivenza.

Se fino all’attacco dell’ISIS sul monte Sinjar il mondo aveva ignorato la Rojava, la notizia dell’eroico salvataggio di migliaia di yazidi intrappolati in Iraq (il 3 Agosto) è stata celebrata in tutto il Medio Oriente, mentre è stata taciuta o mistificata dai media occidentali. In seguito, quando gli aerei da guerra americani hanno cominciato lentamente ad intervenire lo hanno fatto con occasionali e simbolici bombardamenti. Sappiamo però che per fermare l’ISIS sarà necessario che le popolazioni locali inizino a sognare di poter prendere in mano il loro futuro: la storia irakena degli ultimi dieci anni ci insegna che non serviranno nuove crociate a stelle e strisce per portare democrazia.

In un Medio Oriente in cui la geopolitica occidentale traccia da secoli confini sulle mappe geografiche basandosi su divisioni etniche, linguistiche e religiose, considerate a torto irriducibili, si scopre che proprio in questa terra, dove per definizione i popoli saprebbero vivere solo sotto l’egida di regimi autoritari, donne e uomini possono cooperare dal basso per una democrazia radicale, egualitaria, laica e anticapitalista. Una democrazia in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo e “la padronanza dell’uomo sulla donna e sulla natura” sono abbandonati per cercare di spezzare il circolo della violenza creato dai diversi nazionalismi in competizione per il controllo dello stato-nazione. Scopriamo che se in una società il più forte coopera con il più debole per “fare rete” e non per dominare l’altro possiamo intravedere “il regno della libertà”. Con la Carta della Rojava si sta mettendo in discussione un modello di civilizzazione vecchio di millenni, fondato ben prima della nascita del capitalismo. La Rojava è un esperimento pericoloso perché potenzialmente universale.

Il confederalismo democratico contiene diverse innovazioni teoriche molto interessanti, prima fra tutte il federalismo bottom-up, la possibilità dei commons di organizzarsi dal basso. Il PKK ha infatti dichiarato di non perseguire più la creazione di uno Stato-nazione kurdo indipendente. Inspirato dall’utopia insita nell’ecologismo sociale, in Rojava sono sorte comunità auto-governate basate sui principi della democrazia diretta e capaci di mettere in comune anche al di là dei confini dello Stato-nazione. Nella visione di Ocalan, il movimento curdo potrà diventare un modello per un movimento mondiale verso la democrazia diretta, la cooperazione economica e la dissoluzione delle burocrazie statali.

Nella Rojava ci siamo riconosciuti, abbiamo ritrovato quel filo che unisce esperienze lontane e non, la Comune di Parigi, le comunità zapatiste, le piazze del 15M e Occupy. Abbiamo riascoltato le voci di quei visionari palestinesi per cui “la terza intifada sarà globale o non sarà affatto”. Per tutte queste ragioni abbiamo deciso di andare a Suruç, la città gemella di Kobane oltre il confine turco-siriano, per cercare le connessioni con la nostra storia e costruire un’opposizione comune all’austerity ed alla guerra. Sappiamo bene che la solidarietà internazionalista è inutile se non lottiamo nei nostri territori per liberare noi stessi dal sistema di sfruttamento e di dominio.

“Guerra e crisi”: mettere in discussione questo binomio significa reinventare modelli di coesistenza differenti, di integrazione non unilaterale, significa chiudere i tanti ghetti in cui finiscono i migranti in fuga dalla guerra quando sopravvivono alle tragiche traversate del Mediterraneo.

Andiamo anche per capire come viene affrontato l’arrivo di migliaia di profughi in un sistema di accoglienza autogestito ed in assenza della cooperazione internazionale. Andiamo alle porte dell’Europa per cercare di creare nuove connessioni e nuove prospettive con i movimenti euro mediterranei. Andiamo immaginando un nuovo movimento no war e lo vogliamo fare insieme alle tante delegazioni di cui si compone la staffetta.

Partiamo per Suruç con un gran desiderio di formazione politica e per continuare ad agire e sognare insieme a loro. Partiamo per rompere l’isolamento in cui il PKK è stretto da anni, per costringere le istituzioni europee a togliere il Partito dei lavoratori curdi dalle liste del terrorismo internazionale e ottenere il riconoscimento politico dei Cantoni della Rojava.

Viva la resistenza di Kobane!

Staffetta Romana per Kobane