Fuori dalla logica dell’emergenza la forza dell’autogestione nei campi.

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Mentre dalle nostre parti dal L’Aquila a Roma sotto Mafia Capitale, quello che emerge sulla nostra pelle è che sui disastri natutali, sui profughi che scappano dalle guerre, sulla segregazione dei rom, nella piena logica dell’emergenza si consumano i più scaltri modi per arricchirsi, all’interno delle leggi di mercato, nelle possibilità  che concedono le leggi autoritarie del nostro Stato di (non)diritto. Non molto lontano da qui, nel Kurdistan turco, si sta manifestando il più alto esempio di accoglienza autogestita in grado di garantire la salvaguardia della dignità umana a miglia di persone sfollate per causa dell’attacco dell’ISIS alla cittadina di Kobane. Questa grande opera collettiva, ce la racconta la staffetta sanitaria che sta dando una mano in questi giorni nei campi profughi.

Con tutte le difficoltà contingenti la Carta della Rojava che a Kobane si difende con le armi, nei campi si afferma ogni giorno nella convivenza.

 

Suruc, Campo “Kobane”, alla fine del centro abitato sulla via principale, ospita duemila persone, in gran parte bambni, donne e anziani.
Siamo entrati come gruppo medico sanitario insieme ad un giovane medico kurdo e ad un compagno che ci fa da interprete. Lo abbiamo visitato dopo qualche giorno di pioggia intensa ed era tutto una sequenza di vestiti, materassi, scarpe, tappeti e teli di ogni genere stesi e appoggiati ovunque ad asciugare. Le tende, abbastanza grandi da ospitare fino a otto/dieci persone, le ha fornite la municipalità di Suruc, coamministrata dal BDP, che con molta tenacia affronta l’emergenza come meglio può ma è a corto di risorse. Le tende non hanno nessun isolamento dal terreno, sono quindi normalemente umide ed in caso di pioggia si allagano facilmente. All’ingresso, un picchetto di sorveglianza discreto ma efficiente e subito a lato l’unica grande tenda blu e gialla che ospita la scuola del campo, con tanto di banchi e lavagna. Oggi pero’ niente lezioni, causa allagamento scuola.

I medici che operano nei campi profughi intorno Suruc al momento sono tre, piu’ un giovane laureando. Fanno quel che possono, lavorano da matina a sera a titolo volontario e vivono enormi frustrazioni per la mancanza di molte de le cose che servirebbero.

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I nostri compagni medici della staffetta hanno praticamente visitato tutti i nuclei familiari del campo. Hanno potuto rilevare nei bambini una situazione di varicella endemica, diffusa ormai praticamente in tutto il campo ma fortunatamente ancora senza complicazioni e una varietà di infezioni cutanee e di malattie respiratorie.
Molte donne sono in gravidanza e molte altre hanno scompensi ormonali difficili da diagnosticare ma spesso ascrivibili alle condizioni di stres attule e pregresso.  Non va dimenticato che stiamo parlando di persone strappate alle loro case, alla loro vita e che hanno, tutte, compagni, figlie, familiari che combattono con l’YPG e l’YPJ a Kobane e avere loro notizie è difficile.  Gioco facile per la diffusione degli streptococchi e le tende sono sature di acari.
L’altro elemento significativo è dato dallo scompensarsi delle malattie croniche, negli anziani soprattutto, in ragione della sospensione forzata delle terapie di mantenimento: scompensi diabetici, ipertensione grave e malattie respiratorie non più trattate.
Ci sono poi situazioni gravi che andrebbero curate in ospedale. E qui ci si scontra con due fattori concomitanti. L’inadeguatezza del piccolo ospedale di Suruc, pensato per una popolazione di poche migliaia di abitanti a fronte dei circa centomila profughi presenti attualmente nel territorio e la palese colpevole discriminazione etnico/politica nei confronti dei pazienti kurdi agita dai medici turchi in aperto contrasto con qualunque minima etica professionale. L’ospedale di Saliurfa, più grande e poco lontano, adotta lo stesso sistema discriminatorio. Ci hanno raccontato di pazienti rimbalzati da un ospedale all’altro senza avere le cure necessarie e di bambini trattati con lo stesso criterio da medici che gli stessi rifugiati non esitano un momento a definire fascisti.
La farmacia allestita dall’organizzazione risiede nel Centro Culturale di Suruc, è rifornita dalla vasta rete internazionale di solidarietà, anche i compagni delle staffette che si susseguono portano con sé farmaci raccolti nelle varie strutture da donare, ma mancano ancora alcune specificità e soprattutto gli strumenti diagnostici ‘da campo’, kit per rilevare la glicemia, strumenti per misurare la pressione, test di gravidanza, ecc.

Dal punto di vista dele condizioni igienico/ambientali, l’acqua è ovunque potabile sebbene venga razionata durante il giorno, ed è la stessa che si può bere nelle case di Suruc in quanto fornita dall’acquedotto cittadino.
Gli scarichi sono allacciati alla rete fognaria, cosa di estrema importanza per l’igiene generale del campo. Ogni tenda ha un allaccio alla rete elettrica cosi che tutti hanno stufe e termosifoni nelle tende e qualcuno pure televisore e parabola…sul tetto, si fa per dire.  I servizi igienici non sono molti, ne abbiamo contati una cinquantina in tutto per duemila persone, divise per maschi e femmine e la razionalizzazione inevitabile dell’acqua non facilita la pulizia e l’igienizzazione degli ambienti.
Problematica anche la situazione alimentare: una volta al giorno arriva un furgone della Mezza Luna Rossa, un piatto indifferenziato per adulti e bambini. Grano o altro cereale bollito e zuppa di fagioli o ceci col pomodoro. Evento straordinario accolto sempre da concitazione quando arrivano le cassette di arance o altra frutta. Le modalita’ di distribuzione del personale turco sono assimilabili a quelle dei militari nelle caserme, arroganti e autoritarie, mal sopportate dai profughi.  La gran parte dei piatti rimane nelle tende e finisce poi nella spazzatura perché ai bambini si sa non piacciono molto i legumi e non tollerano la stessa pietanza ogni giorno mentre gli adulti, ugualmente insofferenti, in quanto kurdi siriani, hanno tutt’altre abitudini alimentari e vivono questo fatto come l’ennesima sopraffazione del governo turco. Al resto dell’approvvigiamento alimentare provvede come può la rete militante delle organizzazioni kurde che ricevono aiuti da tutte le comunita’ dislocate nei vari paesi d’europa e distribuiscono quel che ricevono in tutti i campi e nei villaggi dove molti hanno trovato ospitalità nelle case dei residenti.  Mancano comunque alimenti specifici per bambini, c’è carenza di frutta e verdure e dunque di fibre e vitamine con tutto quel che consegue ad una alimentazione povera e poco variata.

Quello che colpisce difronte al dramma della guerra che si sta combattendo e l’esilio forzato è la buona tenuta del tessuto sociale e l’esplosività incontenibile dei bambini che vivono comunque un’esperienza comunitaria molto stimolante al netto delle privazioni e della provvisorietà della situazione.

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Un capitolo a sé merita l’aspetto organizzativo che diviene politico, che fin qui abbiamo appreso solo per cenni con l’impegno di approfondirlo ulteriormente. L’organizzazione dei campi è il dato eccezionale, si basa sull’autogestione e richiama immediatamente i valori della democrazia diretta, della messa in discussione del potere autoritario, delle gerarchie, delle discriminazioni di genere. Con tutte le difficoltà contingenti la Carta della Rojava che a Kobane si difende con le armi, nei campi si afferma ogni giorno nella convivenza.

Così si fa fronte all’aspetto sanitario. Ogni campo è diviso in strade e ogni strada ha una responsabile della salute eletto dagli abitanti di quella via che formano un quartiere. Ogni campo ha un coordinatore sanitario eletto tra i responsabili delle singole strade con incarico che ruota ogni mese tra i singoli responsabili. Una volta al mese tutti i coordinatori di campo si riuniscono, discutono e decidono. Coordinatori sono pure nei villaggi che ospitano i profughi che, grosso modo nell’area attorno a Suruc si aggirano sulle centomila persone. Ogni mattina i responsabili della salute di ciascun campo si riuniscono e incontrano i medici, quando ci sono, al quale rappresentano i problemi più urgenti ed il fabbisogno di medicinali. Il giorno seguente il medico torna e porta quanto richiesto se è nelle disponibilità della farmacia. Ogni responsabile li custodisce nella sua tenda e provvede alla distribuzione tra i pazienti della propria strada. L’aspetto più interessante e di per sé rivoluzionario, è quello della formazione/istruzione progressiva e crescente dei vari responsabili di strada e di campo. Ciascuno apprende a fare le prime valutazioni diagnostiche e ad effettuare gli interventi di primo soccorso e di somministrazione delle terapie e, allo stesso tempo, forma e informa i pazienti all’autovalutazione ed all’autosomministrazione. La salute diventa così immediatamente affare collettivo, un sapere comune e non più appannaggio esclusivo di specialisti che accumulano potere e discrezionalità. Questa la forza dell’autogestione.

 

Staffetta sanitaria per Kobane

Rojava Calling

Dalla staffetta sanitaria: ultime da Kobane

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Continuano gli avvicendameni nella zona di Suruc sul confine turco con Kobane a tre mesi di combattimento contro l’ISIS, un gruppo di attivisti continua la staffetta, questa volta privilegiando l’aspetto sanitario del sostegno alla resistenza curda.

Alcune notizie apprese sul campo

Venerdì 12/12/14

Suruc-Kobane. Nella mattina di giovedì 10 combattimenti in zona centrale nei dintorni del minareto e nella zona est della città controllata da ISIS. Caduti tre miliziani. Nessuna perdita tra i compagni. YPG/YPJ ora dispongono di armi pesanti, portate di recente dai Peshmerga, possono cosi rispondere agli attacchi anche a distanza. Però da Kobane dicono che ISIS dispone ora di droni. Notizia da verificare meglio nei prossimi giorni. Un paio di cose interessanti a vantaggio dei combattenti kurdi stanno emergendo ora: le diserzioni progressive tra i miliziani che cominciano a lasciare la Siria portando con se’ qualche misero bottino di guerra, tra questi diversi europei che disertano il loro delirio del califfato nero e se ne tornano da dove son venuti. Chi ci riesce. L’altra cosa riguarda il disimpegno di Arabia Saudita e Quatar, pare a seguito dell’intervento della coalizione che, pur non incidendo minimamente sul campo, evidentemente incide sul piano politico diplomatico. A Kobane, ci dicono i compagni, ci sono ancora circa seimila civili tra i quali più di un migliaio di bambini. Ci sono feriti e malati, i farmaci scarseggiano cosi come gli tutti gli strumenti e gli ausili sanitari. I militari turchi sorvegliano il confine ed hanno già arrestato combattenti feriti riusciti in qualche modo a passare il confine per ricevere cure mediche. Un dirigente del Pyd, il Partito Democratico Kurdo del Rojava incontrato ieri ipotizza per la prossima primavera la liberazione di Kobane. E stimano allo stato attuale della situazione, ancora in un anno al massimo la liberazione definitiva dei tre cantoni e il ritiro dei miliziani.

Già da qualche giorno i combattenti e le combattenti YPG/YPJ sono avanzati di circa 40 km a sud di Kobane in direzione di Aleppo. Puntano al bacino dell’Eufrate per conquistare un punto di rifornimento idrico. Di più: dal cantone di Jizra stanno muovendo altri gruppi di combattenti verso la zona a nord di Aleppo. Contano di avanzare per un centinaio di km aggirando le zone controllate da ISIS fino a ricongiungersi con le formazioni che scendono verso l’Eufrate. In questo modo riuscirebbero finalmente a creare un corridoio sicuro per entrare a Kobane da sud e portare aiuti e rifornimenti alla città.

La situazione sul confine turco è più tesa dopo il passaggio del camion bomba che ha colpito il check point YPG/YPJ a Kobane e tutte le accuse da parte dei curdi di favorire l’ISIS, l’esercito turco e’ ancora più presente e aggressivo verso giornalisti e attivisti. Giorni or sono hanno cancellato tutte le foto e il materiale girato dalle attrezzature prima di restituirle ai legittimi proprietario e ora non ci sono le condizioni per tentare alcuna forzatura. Ma andando nella zona intorno Zehvan, piccolo villaggio kurdo a ridosso del confine a est di Kobane, si può riuscire ad scorgere Kirkan, a poche centinaia di metri oltre il confine, occupato dai miliziani. Da qui si possono vedere i loro movimento, con la massima prudenza per via dei cecchini appostati nei primi edifici del villaggio. vista l’attenzione degli internazionali su quella zona,

Staffetta sanitaria per Kobane

Rojava Calling

SECONDO GIORNO DI AGGIORNAMENTO DALLA DELEGAZIONE ROMANA PER KOBANE

E stata una notte di scontri. Dal tetto della moschea di Mehser si potevano vedere, anche nel buio, il fumo alzarsi dalle strade di Kobane. Proiettili traccianti e colpi di mortai si ripetevano in quantità. A un certo punto si è alzato una colonna di fuoco che ha illuminato tutto l’orizzonte. Gli aerei della coalizione sono dovuti intervenire, ancora una volta in maniera tardiva e inefficace. Eppure il centro di comando delle truppe di Daesh è conosciuto: una grande bandiera nera sventola sull’ormai ex ospedale della cittadina siriana, nella parte Est che rimane sotto il loro controllo.

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Un racconto da Suruc – prima parte

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Il primo impatto che subiamo è acustico. Siamo stati svegliati dal rumore dei Jet della coalizione. Un sibilo che riempie i cieli senza nessuna fonte. Aerei che non si vedono sorvolano Kobane. Una minaccia occulta, che non si capisce a chi sia rivolta. La minaccia di una potenza che non si manifesta e che potrebbe colpire te. Una potenza in ogni caso ostile. Mentre nel cielo passano aerei invisibili, il villaggio si sveglia. Rumori più amichevoli, voci di bambini che giocano, il cinguettare degli uccelli che sembrano anche loro aver trovato rifugio in grande numero sui pochi alberi del villaggio. Rumori di una vita normale.

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il 25 novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne

Il 25 novembre sarà la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Questo appello parte dal villaggio di Mehser, a pochi passi da Kobane. Martedi le donne Kurde manifesteranno sulla linea del confine per sostenere la resistenza contro l isis. La voce arriverà forte alle partigiane dello ypg e dello ypj che combattono per i diritti delle donne del mondo e per l’umanità contro ogni forma di fascismo.

La gestione sanitaria dei campi autogestiti

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Oggi con l’arrivo della delegazione dei Centri Sociali del Nordest, c’è stato l’incontro con la staffetta romana per Kobane e insieme abbiamo incontrato la dottoressa Arzu, un medico volontario che lavora nei campi autogestiti a Suruc. Le abbiamo fatte alcune domande per capire le condizioni mediche all’interno di questi.

Qual è la situazione sanitaria nei campi autogestiti? Quali sono le maggiori difficoltà?
I principali problemi riguardano le condizioni igieniche dei bagni, la diffusione di parassiti intestinali  e pidocchi nei bambini. Questi aspetti per fortuna sono in via di risoluzione. Tuttora c’è scarsità di cibo, soprattutto latte ed uova, a causa delle difficoltà di conservazione.
Riscontriamo carenza di proteine per le donne, che aumentano le problematiche legate al sangue.
Stiamo cercando di allestire una cucina per preparare il cibo per i bambini sotto i tre anni. Infatti nei campi sono ospitate molte donne incinte e abbiamo qualche difficoltà nella gestione dei parti.
Per migliorare le condizioni igieniche generali  stiamo ultimando lavori di canalizzazione dell’acqua per evitare allagamenti e problemi fognari.

Quanto personale medico è impiegato?
Per coprire le esigenze di 5 campi si alternano come volontari 3 dottori e 3 infermieri, che arrivano a turno da tutta la Turchia. Ad esempio domani tornerò a Istanbul per coprire il mio turno lavorativo in ospedale e poi ritornerò qui.
E’ difficile avere a disposizione medici specializzati, come ad esempio i dentisti, perchè mancano prima di tutto i macchinari e la strumentazione necessaria. Alcuni feriti vengono mandati negli ambulatori, che però non sono sufficienti a coprire la mole di persone richiedenti aiuto. Ricordiamoci che Suruc normalmente sarebbe una cittadina di 30.000 abitanti ed attualmente invece  ne ospita 90.000.

Come è impostato il lavoro della commissione salute?
All’interno dell’organizzazione dei campi, è stata creata la commissione salute composta dal personale medico volontario e dagli abitanti del campo stesso.
Si cerca di non perdere nessun paziente, mantenendo il contatto con la gente. Si interviene immediatamente sulle ferite per arginare l’infezione. Il personale medico fornisce formazione agli altri volontari della commissione, in modo tale che in mancanza di un medico, l’assistenza sanitaria sia garantita in ogni caso.

Qual è la situazione con i medicinali? Che tipo di intervento, come internazionali, si può fare?
Le organizzazioni internazionali portano aiuti in modo discontinuo. Se non fosse per quelli portati dai volontari, la situazione sarebbe molto problematica. Non è semplice fare arrivare medicinali dall’estero in grande quantità, perchè spesso la Turchia li blocca alla dogana. Forse la cosa migliore sarebbe farli arrivare in piccole quantità, ma continuamente.
Abbiamo prioritariamente bisogno di antibiotici contro le infezioni intestinali, vitamine, disinfettanti, rimedi contro la tosse ed asma. Stiamo preparando una lista dettagliata e consigliamo di scrivere sempre in inglese il tipo di medicinale sulla confezione, così anche il personale non strettamente medico sappia riconoscerli.

Kobane è la nostra battaglia decisiva

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Intervista al confine con Salih Urek, storico militante del movimento di liberazione curdo

“Tutti gli uomini e le donne che credono nella libertà dovrebbero essere qui”. Con queste poche parole Salih ci spiega il motivo del suo arrivo al campo di Mehser. Nato nel 1960 nel villaggio Shiurnak, al confine tra Turchia e Iraq, giovanissimo scopre sulla sua pelle gli effetti del regime turco. Sono proprio le violenze e la quotidiana violazione dei suoi diritti che ne faranno un militante politico. Goà nel 1975 viene arrestato la prima di quattro volte. In tutto sconterà in carcere 12 anni.

Q – Qual’era la condizione nelle carceri turche per i prigionieri curdi?

A – I curdi sono sottoposti a leggi speciali e carceri militari. Io sono stato in quello di Diarbakir, dove i priogonieri subivano ogni tipo di tortura, fisica e psicologica. la regola erano tre pestaggi al giorno e molti sono morti per colpa di questi trattamenti.

Q – Cosa e successo dopo il carcere?

A – Nel frattempo ero diventato insegnate, ma la Turchia mi impediva di svolgere la professione in quanto militante per I diritti del popolo curdo. Dopo aver subito due attentati ho deciso di lasciare definitivamente il Kurdistan e di trasferirmi in Germania.

Q – In Germania esiste una numerosa comunità curda e una turca. come si pone il governo tedesco con queste?

Salih – La Germania e la Turchia hanno stretti rapporti ed interessi commerciali. Questo fa sì che da diciotto anni il Pkk viene considerato dal governo tedesco un’organizzazione terroristica. E mentre ai curdi non è permesso di organizzarsi, nella sola Berlino esistono almeno duecento organizzioni islamiche tutte perfettamente legali.

Q – Sei stato a Roma durante il proceso di estradizione di Ocalan. quali sono i tuoi ricordi?

A – L’Italia per me ha due facce: una è lo Stato che non ha voluto prendersi le sue responsabilità ed ha concesso l’estradizione, l’altra sono le persone da cui abbiamo ricevuto sempre molta solidarietà. Penso che ci siano molte affinità tra noi e voi abbiamo una storia di liberazione in comune. Dai compagni italiani mi aspetto sempre molto.

Q – Sei tornato nella tua terra. che battaglia si combatte a Kobane?

A – L’Isis rappresenta il fascismo islamico, come lo Stato turco che è suo alleato. Noi combattiamo da sempre il fascismo, qualunque forma esso assumi. prima dell’attacco alla Rojava abbiamo subito molti massacri come a Roboski e in altre citta curde. Per questo motivo a Kobane dobbiamo vincere, è la nostra battaglia decisiva. per i curdi non ci saranno altre chance.

Q – L’esperienza della Rojava, la carta dei diritti e l’autogestione dei cantoni sono un’evoluzione idelogica dell’originario movimento marxista curdo?

A – Non abbiamo cambiato ideologia. la nostra originaria strategia politica voleva un Kurdistan unito e indipendente, ora puntiamo a una federazione democratica. Il Pkk e i curdi vivono il mondo e ne colgono I mutamenti. Il nostro progetto confederale è un’opportunità di convivenza per la pluralità di religioni ed etnie che vivono in tutto il Medio Oriente. Questo è l’idea dal presidente Ocalan.

Q- A Kobane avete scoperto nuovi e vecchi alleati. quale è la tua idea dei peshermerga e della coalizione occidentale?

A – Per quanto rigurda noi curdi, le differenze ci hanno sempre indebolito, ma ora è il momento di combattere insieme. Per il resto dico che America ed Europa potrebbero miltarmente affossare l’Isis in una settimana, ma non stanno intervendo con l’intesità con cui viene da voi raccontato. La loro presenza è per noi utile, ma non fondamentale. I curdi sono un popolo forte che non ha mai chiesto niente a nessuno.

Q – Quale è il ruolo delle donne nell’evoluzione del pensiero curdo e la formazione delle YpJ?

A – Fino a quarant’anni fa le donne subivano un sistema ancora feudale. poi tutti hanno capito e riconosciuto i lori diritti. Da allora ci sono diverse organizzazioni femminili che lavorano per l’emancipazione della loro condizione e per una rivoluzione culturale in tutta la società curda. Oggi sono un esercito di donne libere e vogliono fare la loro strada con le proprie gambe.

L’autogestione curda nei campi dei rifugiati

Nella città di Suruç i fuggitivi di Kobane trovano riparo in alcuni campi organizzati insieme alle istituzioni cittadine

Siamo a Suruç, un centro di diverse migliaia di abitanti che si è trovato ad affrontare l’arrivo di migliaia di profughi in fuga dagli attacchi dell’Isis. Al governo di questa cittadina è stata eletta una donna del DBP, il Partito della Democrazia delle Regioni, mentre lo Stato qui arriva solo con i suoi carri armati e apparati di sicurezza. Lungo la strada principale vediamo i campi per i rifugiati autogestiti dai curdi. Anche se ha le sue basi a pochi metri dai campi, l’esercito turco qui non viene fatto entrare: per la sicurezza interna di un campo di oltre mille persone bastano poche donne e nessuna telecamera. All’ossessione del controllo si sostituisce l’autogestione e la responsabilizzazione di tutti e tutte. Sembra scontato, abituati come siamo alle immagini dei centri di accoglienza italiani o ai campi nati dopo la tragedia del terremoto aquilano, che siano i governi a dover gestire tutto, con un giro milionario di soldi, i conseguenti sprechi e Bertolasi vari.

Per chi come noi cerca di vivere di percorsi di autogestione, è importante capire come migliaia di persone affrontino l’emergenza di una guerra e di una fuga oltre confine, usando lo stesso modello, radicato nel Rojava, in maniera così efficiente da lasciare incantati. Una realtà che ha portato molti di noi a solidarizzare con la lotta del popolo kurdo e con l’esperienza del Rojava.

Nella regione di Soruc ci sono 6 campi autogestiti, nati per affrontare l’emergenza di 45/60 mila persone costrette a lasciare Kobane. Molti hanno trovato rifugio nella case dei parenti, mentre per tutti gli altri l’amministrazione comunale sta cercando di costruire delle strutture capaci di funzionare in completa autonomia, senza ingerenze da parte del governo turco.

Si tratta di campi gestiti dall’amministrazione cittadina attraverso un percorso orizzontale che cerca di coinvolgere chiunque viva nei campi. Ogni campo è diviso in “quartieri”, ognuno con un suo consiglio e dei rappresentanti, delle commissioni specifiche (salute, educazione, etc) e vari organi che decidono insieme le iniziative da prendere.

Tutti vengono coinvolti nella vita del campo, dalle pulizie alla sicurezza. Per ogni problema vi sono dei referenti specifici, chiunque viene ascoltato. Con la scuola e gli psicologi si cercano di affrontare i traumi dei bambini e ogni campo si sta attrezzando per avere il proprio centro culturale. Viene insegnata la lingua curda e le tradizioni popolari, canti e balli in primis.

Servirebbero dentisti, ci dicono, ma non ve ne sono. Sono tanti i volontari accorsi per aiutare nei campi. Hassan, ingegnere che vive a Istanbul, ha mollato tutto per venire ad occuparsi degli impianti elettrici nei campi. E’ un curdo-iraniano, specifica con orgoglio. Ogni ruolo, un po’ come avveniva nelle comunità zapatiste, non è fisso bensì è prevista una rotazione tra i vari responsabili.

Le risorse non sono infinite e le difficoltà sono tante. Ci raccontano che spesso il governo turco blocca i flussi dei finanziamenti che arrivano dalla diaspora curda tanto quanto il lavoro delle organizzazioni internazionali. Non c’è l’UNHCR, la Turchia non accetta ingerenze esterne, ma si respira la sensazione che neanche i curdi vogliano ingerenze straniere. Sono aperti a qualsiasi collaborazione, accolgono volontari a braccia aperte ma nessuno deve mettere in discussione il loro modello auto-organizzato.

Anche se le condizioni di vita non sono facili, si respira un profondo ottimismo. I rifugiati sanno di non essere a casa loro, si sentono lontani dalla loro terra che pure è a un tiro di fucile, ma non hanno rinunciato a ricostruire la loro vita nei campi con la stessa orizzontalità con cui la Rojava si autogestisce da ormai due anni. Non si sa tra quanto potranno tornare in quel che resta delle loro case e se mai ci torneranno. Ma si ha come l’impressione che non vogliano rinunciare a quello che hanno conquistato, le donne in prima linea.

All’ora di pranzo ci imbattiamo nell’inaugurazione di un centro culturale nel campo intitolato ad Arin Mirxan, la guerrigliera che ha preferito farsi esplodere pur di non cadere nelle mani dell’Isis. Sono in molti a festeggiare. Tantissimi i bambini, ma notiamo come siano pochi i ragazzi tra i 20 e i 30 anni. Ci raccontano che molti sono rimasti a Kobane, per combattere o semplicemente per resistere e assistere chi combatte. Spesso, tra questi, le donne della brigata YPJ.”

Staffetta romana per Kobane

La casa delle donne nel Rojava

 

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“Prima di tutto abbiamo dovuto inse­gnare cos’è libertà. Abbiamo dovuto ini­ziare a fare for­ma­zione per far capire cos’è la libertà per­ché c’era gente che non sapeva cosa fosse” dice così New­roz Kobane, 25 anni, dal nome impro­ba­bile ma che lei dice essere il suo, spie­gan­doci cos’è “il modello Rojava” e il lavoro fatto negli ultimi anni su quel ter­ri­to­rio deva­stato dalla guerra. Ci guarda fisso negli occhi e ci rac­conta per oltre un’ora com’era la sua vita a pochi km da qui, nella Kobane ora tea­tro dello scon­tro con l’Isis. Siamo nella tenda di uno dei campi pro­fu­ghi alla peri­fe­ria di Soruc dove New­roz è una delle respon­sa­bili, ci rac­conta di quando hanno aperto la casa delle donne o di quando hanno creato le scuole per le stesse donne a cui fino ad allora era impe­dito andarci.
“Ma non ci siamo limi­tate a farlo a Kobane, siamo andati vil­lag­gio per vil­lag­gio a spie­gare e a inse­gnare cos’è la libertà e cos’è la libertà delle donne”. Mi fermo a pen­sare a ciò che sono “le case delle donne” dalle nostre parti e dell’attacco che subi­scono quo­ti­dia­na­mente men­tre lei ci spiega il lavoro (enorme aggiungo io) che hanno fatto negli ultimi anni. “Per prima cosa abbiamo dovuto ridurre la pres­sione degli uomini sulle donne. Difen­de­vamo i diritti delle donne quando una di loro scap­pava di casa o veniva cac­ciata. Le acco­glie­vamo per­ché vole­vamo evi­tare che le donne subis­sero vio­lenze. Abbiamo fatto for­ma­zione con le donne su quali erano i loro diritti ma allo stesso tempo insieme ai tri­bu­nali e alle donne stesse deci­de­vamo le cause di sepa­ra­zione. Il nostro obiet­tivo erano i diritti delle donne ed era­vamo così rico­no­sciute che nei casi di vio­lenze o stu­pri era­vamo noi ad andare a pren­dere gli uomini per por­tarli in tri­bu­nale”.
A Kobane ogni quar­tiere aveva la sua casa delle donne ed erano tante coloro che ci lavo­ra­vano. Mi imba­razzo se penso che a Roma a stento ogni muni­ci­pio abbia un con­sul­to­rio. Ma penso anche che se oggi New­roz e le altre donne nei campi abbiano un ruolo e una impor­tanza è soprat­tutto gra­zie a que­sta rivo­lu­zione cul­tu­rale messa in atto da loro stesse.
“Abbiamo fatto anche for­ma­zione per gli uomini, cer­ta­mente. Ed è pro­ba­bile che la nostra deter­mi­na­zione gli abbia impe­dito di rea­gire con vio­lenza ai cam­bia­menti tanto che alla fine sono stati costretti ad accet­tarli”.
È una donna fiera della sua iden­tità e del suo essere musul­mana. Non da nes­suna dignità poli­tica e reli­giosa all’esercito isla­mico, lo liquida con un “sono disu­mani e non sono dei musul­mani”.
E mi imba­razzo di nuovo visto l’immaginario costruito nel mio paese dell’universo musul­mano. Per que­sto pro­ba­bile che loro vin­cano e che dalle mie parti invece giorno dopo giorno si perda un pezzo dei diritti con­qui­stati con anni di lotte.

Foto, video e report della Staf­fetta Romana per Kobane 

Soruç, la sfida dell’accoglienza

Incontro con la sindaco della città turca che ospita i rifugiati di Kobane

L’appuntamento con Zuhal Elenez è un classico esempio di ospitalità locale. Il co-presidente della municipalità di Soruç è una giovane donna eletta con il Dbp, il Partito democratico delle regioni. In tutte le istituzioni governate dal Partito vige il meccanismo della parità di genere nelle cariche principali. Ci dice subito che senza gli sforzi del Pkk donne come lei non avrebbero tali opportunità in una società patriarcale come quella turca. Dopo un çay e una sigaretta ci fa alcune domande per conoscerci meglio. Il ricordo di Dino Frisullo, attivista italiano incarcerato per i diritti dei curdi, le strappa un sorriso, prima di entrare nel vivo della conversazione.

“L’organizzazione dei campi per i profughi di Kobane – racconta Zuhal – ci richiede un enorme sforzo per il reperimento delle risorse necessarie. Il governo turco, ha dichiarato di aver accolto duecentomila persone, quando in realtà ha attrezzato due campi dove ospita appena 6100 rifugiati”.

La crisi di Kobane ha riacceso le mai sopite tensioni tra curdi ed Ankara. Il governo autonomo della Rojava, costituito dai curdi nel nord della Siria nei due anni di guerra civile, è visto come una diretta minaccia da Erdogan. Il governo turco, di fronte all’attacco dell’Isis su Kobane, ha eretto un muro di gomma, sigillando la frontiera e bloccando l’invio di aiuti militari e umanitari alla città. Inoltre il passaggio alla frontiera è stato possibile solo per le persone, costrette ad abbandonare I propri veicoli e animali.

“Noi curdi siamo un popolo molto solidale – chiosa la co-presidente. Dei rifugiati di Kobane, circa 20.000 vengono ospitati in case private a Soruç, 17.000 nei villaggi della provincia e ben 10.000 nei campi attrezzati dalle autorità cittadine. Per attivare le infrastrutture necessarie abbiamo collaborato con gli altri municipi governati dal Dbp, mentre la prefettura non ha fatto altro che metterci i bastoni tra le ruote. Siamo arrivati al punto che le Ong e le associazioni umanitarie si ritirano oppure chiedono di poter operare solo in via informale.”

Tra il Comune e i campi la collaborazione è orizzontale: mentre le autorità cittadine si occupano di questioni tecniche e logistiche, la vita all’interno dei campi è regolata da commissioni composte dai residenti, al fine di favorire la partecipazione dei diretti interessati. I rappresentanti di ciascuna commissione si possono rivolgere al Comune per discutere e decidere insieme sui bisogni dei campi. Un sistema che, ispirato all’autogestione, è direttamente mutuato dall’organizzazione di governo che si è data la Rojava. Da molto tempo, in tutte le municipalità guidate dal DBP le istituzioni cercano di applicare questo modello.

“L’esperimento politico che sta vivendo la Rojava – prosegue Zuhal – è profondamente ispirato ai principi della democrazia diretta. La partecipazione e il coinvolgimento di tutti nelle decisioni fondamentali della vita della comunità costituiscono un presidio contro lo sfruttamento del capitalismo. Il confederalismo democratico può essere un modello applicabile ovunque, anche in Turchia, ma per il momento l’emergenza della guerra e delle sue conseguenze rende prioritario assistere I rifugiati di Kobane”.