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SECONDO GIORNO DI AGGIORNAMENTO DALLA DELEGAZIONE ROMANA PER KOBANE

E stata una notte di scontri. Dal tetto della moschea di Mehser si potevano vedere, anche nel buio, il fumo alzarsi dalle strade di Kobane. Proiettili traccianti e colpi di mortai si ripetevano in quantità. A un certo punto si è alzato una colonna di fuoco che ha illuminato tutto l’orizzonte. Gli aerei della coalizione sono dovuti intervenire, ancora una volta in maniera tardiva e inefficace. Eppure il centro di comando delle truppe di Daesh è conosciuto: una grande bandiera nera sventola sull’ormai ex ospedale della cittadina siriana, nella parte Est che rimane sotto il loro controllo.

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Un racconto da Suruc – prima parte

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Il primo impatto che subiamo è acustico. Siamo stati svegliati dal rumore dei Jet della coalizione. Un sibilo che riempie i cieli senza nessuna fonte. Aerei che non si vedono sorvolano Kobane. Una minaccia occulta, che non si capisce a chi sia rivolta. La minaccia di una potenza che non si manifesta e che potrebbe colpire te. Una potenza in ogni caso ostile. Mentre nel cielo passano aerei invisibili, il villaggio si sveglia. Rumori più amichevoli, voci di bambini che giocano, il cinguettare degli uccelli che sembrano anche loro aver trovato rifugio in grande numero sui pochi alberi del villaggio. Rumori di una vita normale.

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il 25 novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne

Il 25 novembre sarà la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Questo appello parte dal villaggio di Mehser, a pochi passi da Kobane. Martedi le donne Kurde manifesteranno sulla linea del confine per sostenere la resistenza contro l isis. La voce arriverà forte alle partigiane dello ypg e dello ypj che combattono per i diritti delle donne del mondo e per l’umanità contro ogni forma di fascismo.

La gestione sanitaria dei campi autogestiti

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Oggi con l’arrivo della delegazione dei Centri Sociali del Nordest, c’è stato l’incontro con la staffetta romana per Kobane e insieme abbiamo incontrato la dottoressa Arzu, un medico volontario che lavora nei campi autogestiti a Suruc. Le abbiamo fatte alcune domande per capire le condizioni mediche all’interno di questi.

Qual è la situazione sanitaria nei campi autogestiti? Quali sono le maggiori difficoltà?
I principali problemi riguardano le condizioni igieniche dei bagni, la diffusione di parassiti intestinali  e pidocchi nei bambini. Questi aspetti per fortuna sono in via di risoluzione. Tuttora c’è scarsità di cibo, soprattutto latte ed uova, a causa delle difficoltà di conservazione.
Riscontriamo carenza di proteine per le donne, che aumentano le problematiche legate al sangue.
Stiamo cercando di allestire una cucina per preparare il cibo per i bambini sotto i tre anni. Infatti nei campi sono ospitate molte donne incinte e abbiamo qualche difficoltà nella gestione dei parti.
Per migliorare le condizioni igieniche generali  stiamo ultimando lavori di canalizzazione dell’acqua per evitare allagamenti e problemi fognari.

Quanto personale medico è impiegato?
Per coprire le esigenze di 5 campi si alternano come volontari 3 dottori e 3 infermieri, che arrivano a turno da tutta la Turchia. Ad esempio domani tornerò a Istanbul per coprire il mio turno lavorativo in ospedale e poi ritornerò qui.
E’ difficile avere a disposizione medici specializzati, come ad esempio i dentisti, perchè mancano prima di tutto i macchinari e la strumentazione necessaria. Alcuni feriti vengono mandati negli ambulatori, che però non sono sufficienti a coprire la mole di persone richiedenti aiuto. Ricordiamoci che Suruc normalmente sarebbe una cittadina di 30.000 abitanti ed attualmente invece  ne ospita 90.000.

Come è impostato il lavoro della commissione salute?
All’interno dell’organizzazione dei campi, è stata creata la commissione salute composta dal personale medico volontario e dagli abitanti del campo stesso.
Si cerca di non perdere nessun paziente, mantenendo il contatto con la gente. Si interviene immediatamente sulle ferite per arginare l’infezione. Il personale medico fornisce formazione agli altri volontari della commissione, in modo tale che in mancanza di un medico, l’assistenza sanitaria sia garantita in ogni caso.

Qual è la situazione con i medicinali? Che tipo di intervento, come internazionali, si può fare?
Le organizzazioni internazionali portano aiuti in modo discontinuo. Se non fosse per quelli portati dai volontari, la situazione sarebbe molto problematica. Non è semplice fare arrivare medicinali dall’estero in grande quantità, perchè spesso la Turchia li blocca alla dogana. Forse la cosa migliore sarebbe farli arrivare in piccole quantità, ma continuamente.
Abbiamo prioritariamente bisogno di antibiotici contro le infezioni intestinali, vitamine, disinfettanti, rimedi contro la tosse ed asma. Stiamo preparando una lista dettagliata e consigliamo di scrivere sempre in inglese il tipo di medicinale sulla confezione, così anche il personale non strettamente medico sappia riconoscerli.

Kobane è la nostra battaglia decisiva

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Intervista al confine con Salih Urek, storico militante del movimento di liberazione curdo

“Tutti gli uomini e le donne che credono nella libertà dovrebbero essere qui”. Con queste poche parole Salih ci spiega il motivo del suo arrivo al campo di Mehser. Nato nel 1960 nel villaggio Shiurnak, al confine tra Turchia e Iraq, giovanissimo scopre sulla sua pelle gli effetti del regime turco. Sono proprio le violenze e la quotidiana violazione dei suoi diritti che ne faranno un militante politico. Goà nel 1975 viene arrestato la prima di quattro volte. In tutto sconterà in carcere 12 anni.

Q – Qual’era la condizione nelle carceri turche per i prigionieri curdi?

A – I curdi sono sottoposti a leggi speciali e carceri militari. Io sono stato in quello di Diarbakir, dove i priogonieri subivano ogni tipo di tortura, fisica e psicologica. la regola erano tre pestaggi al giorno e molti sono morti per colpa di questi trattamenti.

Q – Cosa e successo dopo il carcere?

A – Nel frattempo ero diventato insegnate, ma la Turchia mi impediva di svolgere la professione in quanto militante per I diritti del popolo curdo. Dopo aver subito due attentati ho deciso di lasciare definitivamente il Kurdistan e di trasferirmi in Germania.

Q – In Germania esiste una numerosa comunità curda e una turca. come si pone il governo tedesco con queste?

Salih – La Germania e la Turchia hanno stretti rapporti ed interessi commerciali. Questo fa sì che da diciotto anni il Pkk viene considerato dal governo tedesco un’organizzazione terroristica. E mentre ai curdi non è permesso di organizzarsi, nella sola Berlino esistono almeno duecento organizzioni islamiche tutte perfettamente legali.

Q – Sei stato a Roma durante il proceso di estradizione di Ocalan. quali sono i tuoi ricordi?

A – L’Italia per me ha due facce: una è lo Stato che non ha voluto prendersi le sue responsabilità ed ha concesso l’estradizione, l’altra sono le persone da cui abbiamo ricevuto sempre molta solidarietà. Penso che ci siano molte affinità tra noi e voi abbiamo una storia di liberazione in comune. Dai compagni italiani mi aspetto sempre molto.

Q – Sei tornato nella tua terra. che battaglia si combatte a Kobane?

A – L’Isis rappresenta il fascismo islamico, come lo Stato turco che è suo alleato. Noi combattiamo da sempre il fascismo, qualunque forma esso assumi. prima dell’attacco alla Rojava abbiamo subito molti massacri come a Roboski e in altre citta curde. Per questo motivo a Kobane dobbiamo vincere, è la nostra battaglia decisiva. per i curdi non ci saranno altre chance.

Q – L’esperienza della Rojava, la carta dei diritti e l’autogestione dei cantoni sono un’evoluzione idelogica dell’originario movimento marxista curdo?

A – Non abbiamo cambiato ideologia. la nostra originaria strategia politica voleva un Kurdistan unito e indipendente, ora puntiamo a una federazione democratica. Il Pkk e i curdi vivono il mondo e ne colgono I mutamenti. Il nostro progetto confederale è un’opportunità di convivenza per la pluralità di religioni ed etnie che vivono in tutto il Medio Oriente. Questo è l’idea dal presidente Ocalan.

Q- A Kobane avete scoperto nuovi e vecchi alleati. quale è la tua idea dei peshermerga e della coalizione occidentale?

A – Per quanto rigurda noi curdi, le differenze ci hanno sempre indebolito, ma ora è il momento di combattere insieme. Per il resto dico che America ed Europa potrebbero miltarmente affossare l’Isis in una settimana, ma non stanno intervendo con l’intesità con cui viene da voi raccontato. La loro presenza è per noi utile, ma non fondamentale. I curdi sono un popolo forte che non ha mai chiesto niente a nessuno.

Q – Quale è il ruolo delle donne nell’evoluzione del pensiero curdo e la formazione delle YpJ?

A – Fino a quarant’anni fa le donne subivano un sistema ancora feudale. poi tutti hanno capito e riconosciuto i lori diritti. Da allora ci sono diverse organizzazioni femminili che lavorano per l’emancipazione della loro condizione e per una rivoluzione culturale in tutta la società curda. Oggi sono un esercito di donne libere e vogliono fare la loro strada con le proprie gambe.

L’autogestione curda nei campi dei rifugiati

Nella città di Suruç i fuggitivi di Kobane trovano riparo in alcuni campi organizzati insieme alle istituzioni cittadine

Siamo a Suruç, un centro di diverse migliaia di abitanti che si è trovato ad affrontare l’arrivo di migliaia di profughi in fuga dagli attacchi dell’Isis. Al governo di questa cittadina è stata eletta una donna del DBP, il Partito della Democrazia delle Regioni, mentre lo Stato qui arriva solo con i suoi carri armati e apparati di sicurezza. Lungo la strada principale vediamo i campi per i rifugiati autogestiti dai curdi. Anche se ha le sue basi a pochi metri dai campi, l’esercito turco qui non viene fatto entrare: per la sicurezza interna di un campo di oltre mille persone bastano poche donne e nessuna telecamera. All’ossessione del controllo si sostituisce l’autogestione e la responsabilizzazione di tutti e tutte. Sembra scontato, abituati come siamo alle immagini dei centri di accoglienza italiani o ai campi nati dopo la tragedia del terremoto aquilano, che siano i governi a dover gestire tutto, con un giro milionario di soldi, i conseguenti sprechi e Bertolasi vari.

Per chi come noi cerca di vivere di percorsi di autogestione, è importante capire come migliaia di persone affrontino l’emergenza di una guerra e di una fuga oltre confine, usando lo stesso modello, radicato nel Rojava, in maniera così efficiente da lasciare incantati. Una realtà che ha portato molti di noi a solidarizzare con la lotta del popolo kurdo e con l’esperienza del Rojava.

Nella regione di Soruc ci sono 6 campi autogestiti, nati per affrontare l’emergenza di 45/60 mila persone costrette a lasciare Kobane. Molti hanno trovato rifugio nella case dei parenti, mentre per tutti gli altri l’amministrazione comunale sta cercando di costruire delle strutture capaci di funzionare in completa autonomia, senza ingerenze da parte del governo turco.

Si tratta di campi gestiti dall’amministrazione cittadina attraverso un percorso orizzontale che cerca di coinvolgere chiunque viva nei campi. Ogni campo è diviso in “quartieri”, ognuno con un suo consiglio e dei rappresentanti, delle commissioni specifiche (salute, educazione, etc) e vari organi che decidono insieme le iniziative da prendere.

Tutti vengono coinvolti nella vita del campo, dalle pulizie alla sicurezza. Per ogni problema vi sono dei referenti specifici, chiunque viene ascoltato. Con la scuola e gli psicologi si cercano di affrontare i traumi dei bambini e ogni campo si sta attrezzando per avere il proprio centro culturale. Viene insegnata la lingua curda e le tradizioni popolari, canti e balli in primis.

Servirebbero dentisti, ci dicono, ma non ve ne sono. Sono tanti i volontari accorsi per aiutare nei campi. Hassan, ingegnere che vive a Istanbul, ha mollato tutto per venire ad occuparsi degli impianti elettrici nei campi. E’ un curdo-iraniano, specifica con orgoglio. Ogni ruolo, un po’ come avveniva nelle comunità zapatiste, non è fisso bensì è prevista una rotazione tra i vari responsabili.

Le risorse non sono infinite e le difficoltà sono tante. Ci raccontano che spesso il governo turco blocca i flussi dei finanziamenti che arrivano dalla diaspora curda tanto quanto il lavoro delle organizzazioni internazionali. Non c’è l’UNHCR, la Turchia non accetta ingerenze esterne, ma si respira la sensazione che neanche i curdi vogliano ingerenze straniere. Sono aperti a qualsiasi collaborazione, accolgono volontari a braccia aperte ma nessuno deve mettere in discussione il loro modello auto-organizzato.

Anche se le condizioni di vita non sono facili, si respira un profondo ottimismo. I rifugiati sanno di non essere a casa loro, si sentono lontani dalla loro terra che pure è a un tiro di fucile, ma non hanno rinunciato a ricostruire la loro vita nei campi con la stessa orizzontalità con cui la Rojava si autogestisce da ormai due anni. Non si sa tra quanto potranno tornare in quel che resta delle loro case e se mai ci torneranno. Ma si ha come l’impressione che non vogliano rinunciare a quello che hanno conquistato, le donne in prima linea.

All’ora di pranzo ci imbattiamo nell’inaugurazione di un centro culturale nel campo intitolato ad Arin Mirxan, la guerrigliera che ha preferito farsi esplodere pur di non cadere nelle mani dell’Isis. Sono in molti a festeggiare. Tantissimi i bambini, ma notiamo come siano pochi i ragazzi tra i 20 e i 30 anni. Ci raccontano che molti sono rimasti a Kobane, per combattere o semplicemente per resistere e assistere chi combatte. Spesso, tra questi, le donne della brigata YPJ.”

Staffetta romana per Kobane

La casa delle donne nel Rojava

 

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“Prima di tutto abbiamo dovuto inse­gnare cos’è libertà. Abbiamo dovuto ini­ziare a fare for­ma­zione per far capire cos’è la libertà per­ché c’era gente che non sapeva cosa fosse” dice così New­roz Kobane, 25 anni, dal nome impro­ba­bile ma che lei dice essere il suo, spie­gan­doci cos’è “il modello Rojava” e il lavoro fatto negli ultimi anni su quel ter­ri­to­rio deva­stato dalla guerra. Ci guarda fisso negli occhi e ci rac­conta per oltre un’ora com’era la sua vita a pochi km da qui, nella Kobane ora tea­tro dello scon­tro con l’Isis. Siamo nella tenda di uno dei campi pro­fu­ghi alla peri­fe­ria di Soruc dove New­roz è una delle respon­sa­bili, ci rac­conta di quando hanno aperto la casa delle donne o di quando hanno creato le scuole per le stesse donne a cui fino ad allora era impe­dito andarci.
“Ma non ci siamo limi­tate a farlo a Kobane, siamo andati vil­lag­gio per vil­lag­gio a spie­gare e a inse­gnare cos’è la libertà e cos’è la libertà delle donne”. Mi fermo a pen­sare a ciò che sono “le case delle donne” dalle nostre parti e dell’attacco che subi­scono quo­ti­dia­na­mente men­tre lei ci spiega il lavoro (enorme aggiungo io) che hanno fatto negli ultimi anni. “Per prima cosa abbiamo dovuto ridurre la pres­sione degli uomini sulle donne. Difen­de­vamo i diritti delle donne quando una di loro scap­pava di casa o veniva cac­ciata. Le acco­glie­vamo per­ché vole­vamo evi­tare che le donne subis­sero vio­lenze. Abbiamo fatto for­ma­zione con le donne su quali erano i loro diritti ma allo stesso tempo insieme ai tri­bu­nali e alle donne stesse deci­de­vamo le cause di sepa­ra­zione. Il nostro obiet­tivo erano i diritti delle donne ed era­vamo così rico­no­sciute che nei casi di vio­lenze o stu­pri era­vamo noi ad andare a pren­dere gli uomini per por­tarli in tri­bu­nale”.
A Kobane ogni quar­tiere aveva la sua casa delle donne ed erano tante coloro che ci lavo­ra­vano. Mi imba­razzo se penso che a Roma a stento ogni muni­ci­pio abbia un con­sul­to­rio. Ma penso anche che se oggi New­roz e le altre donne nei campi abbiano un ruolo e una impor­tanza è soprat­tutto gra­zie a que­sta rivo­lu­zione cul­tu­rale messa in atto da loro stesse.
“Abbiamo fatto anche for­ma­zione per gli uomini, cer­ta­mente. Ed è pro­ba­bile che la nostra deter­mi­na­zione gli abbia impe­dito di rea­gire con vio­lenza ai cam­bia­menti tanto che alla fine sono stati costretti ad accet­tarli”.
È una donna fiera della sua iden­tità e del suo essere musul­mana. Non da nes­suna dignità poli­tica e reli­giosa all’esercito isla­mico, lo liquida con un “sono disu­mani e non sono dei musul­mani”.
E mi imba­razzo di nuovo visto l’immaginario costruito nel mio paese dell’universo musul­mano. Per que­sto pro­ba­bile che loro vin­cano e che dalle mie parti invece giorno dopo giorno si perda un pezzo dei diritti con­qui­stati con anni di lotte.

Foto, video e report della Staf­fetta Romana per Kobane 

Soruç, la sfida dell’accoglienza

Incontro con la sindaco della città turca che ospita i rifugiati di Kobane

L’appuntamento con Zuhal Elenez è un classico esempio di ospitalità locale. Il co-presidente della municipalità di Soruç è una giovane donna eletta con il Dbp, il Partito democratico delle regioni. In tutte le istituzioni governate dal Partito vige il meccanismo della parità di genere nelle cariche principali. Ci dice subito che senza gli sforzi del Pkk donne come lei non avrebbero tali opportunità in una società patriarcale come quella turca. Dopo un çay e una sigaretta ci fa alcune domande per conoscerci meglio. Il ricordo di Dino Frisullo, attivista italiano incarcerato per i diritti dei curdi, le strappa un sorriso, prima di entrare nel vivo della conversazione.

“L’organizzazione dei campi per i profughi di Kobane – racconta Zuhal – ci richiede un enorme sforzo per il reperimento delle risorse necessarie. Il governo turco, ha dichiarato di aver accolto duecentomila persone, quando in realtà ha attrezzato due campi dove ospita appena 6100 rifugiati”.

La crisi di Kobane ha riacceso le mai sopite tensioni tra curdi ed Ankara. Il governo autonomo della Rojava, costituito dai curdi nel nord della Siria nei due anni di guerra civile, è visto come una diretta minaccia da Erdogan. Il governo turco, di fronte all’attacco dell’Isis su Kobane, ha eretto un muro di gomma, sigillando la frontiera e bloccando l’invio di aiuti militari e umanitari alla città. Inoltre il passaggio alla frontiera è stato possibile solo per le persone, costrette ad abbandonare I propri veicoli e animali.

“Noi curdi siamo un popolo molto solidale – chiosa la co-presidente. Dei rifugiati di Kobane, circa 20.000 vengono ospitati in case private a Soruç, 17.000 nei villaggi della provincia e ben 10.000 nei campi attrezzati dalle autorità cittadine. Per attivare le infrastrutture necessarie abbiamo collaborato con gli altri municipi governati dal Dbp, mentre la prefettura non ha fatto altro che metterci i bastoni tra le ruote. Siamo arrivati al punto che le Ong e le associazioni umanitarie si ritirano oppure chiedono di poter operare solo in via informale.”

Tra il Comune e i campi la collaborazione è orizzontale: mentre le autorità cittadine si occupano di questioni tecniche e logistiche, la vita all’interno dei campi è regolata da commissioni composte dai residenti, al fine di favorire la partecipazione dei diretti interessati. I rappresentanti di ciascuna commissione si possono rivolgere al Comune per discutere e decidere insieme sui bisogni dei campi. Un sistema che, ispirato all’autogestione, è direttamente mutuato dall’organizzazione di governo che si è data la Rojava. Da molto tempo, in tutte le municipalità guidate dal DBP le istituzioni cercano di applicare questo modello.

“L’esperimento politico che sta vivendo la Rojava – prosegue Zuhal – è profondamente ispirato ai principi della democrazia diretta. La partecipazione e il coinvolgimento di tutti nelle decisioni fondamentali della vita della comunità costituiscono un presidio contro lo sfruttamento del capitalismo. Il confederalismo democratico può essere un modello applicabile ovunque, anche in Turchia, ma per il momento l’emergenza della guerra e delle sue conseguenze rende prioritario assistere I rifugiati di Kobane”.

Mehser, la guerra oltre il confine

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Nel piccolo villaggio turco a 3 km da Kobane una comunità di solidali sostiene i propri cari a Kobane

La giornata a Mesher inizia molto presto, durante la notte i combattimenti sono stati incessanti e ancora all’alba si possono sentire i colpi di mortaio.

Il villaggio è a ridosso della frontiera siriana, a soli 3 km da Kobane. Oltre ai pochi abitanti, dall’inizio dell’assedio qui sono confluiti alcuni rifugiati, i parenti dei combattenti e tanti solidali con la resistenza, trasformando il paesino in una vera comune. Siamo alloggiati nei locali della moschea e il BDP, partito curdo al governo nella vicina città di Suruç, fornisce gli approvvigionamenti anche agli sfollati che si trovano qui.

Seduti intorno al fuoco, sorseggiando un chay, incontriamo Omar, un ragazzo di 35 anni che volentieri ci racconta perchè anche lui è qui come volontario. Omar è originario del monte Ararat, la sua famiglia professa ancora il credo zaratustriano, mentre lui è vive ad Istanbul da alcuni anni ed è fortemente contaminato dalle idee dell’ecologia sociali.

Gli chiediamo subito cosa pensa del “confederalismo democratico”, sistema sul quale si basa l’autonomia regionale dei tre cantoni curdo-siriani in Rojava, di cui Kobane è parte integrante:

Le idee maturate dalla leadership del BDP sono fortemente discusse oggi dalla base. La Rojava in questo passaggio è fondamentale perchè dimostra che è una strada praticabile. Non penso sia una “scelta debole” anzi ha alcune innovazioni importanti, soprattutto per quanto riguarda il ruolo delle donne e l’ecologia. Le donne stanno guidando il cambiamento della nostra società e per loro passa la rivoluzione. Anche per quanto riguarda l’ecologia le donne stanno guidando questo cambio di mentalità. Anche loro sono state vittime del sistema di dominio con cui l’uomo sfrutta la natura. Dalle donne passa l’educazione delle nuove generazioni.

Cosa pensi dello sfruttamento del petrolio?

Penso sia un problema, anche se in questo territorio la risorsa più sfruttata è l’acqua. Qui in Kurdistan negli ultimi anni sono state diverse le proteste contro la costruzione di fabbriche idroelettriche. Anche la sinistra turca oggi è molto attenta all’ecologia e ci sono diverse proteste anche nella parte est del paese. Negli anni ’70 la sinistra era convinta che il progresso fosse utile a tutti, oggi pensiamo che il progresso arricchisce solo i capitalisti mentre i disastri ambientali li subiamo tutti. Penso che anche la natura sia coinvolta nel conflitto di classe contro i capitalisti.

Cosa significa che in Rojava si combatte per l’umanità?

Si sta cercando di costruire una democrazia reale in cui possono coesistere i diversi popoli oggi divisi dalla tragedia dei conflitti tra i diversi gruppi religiosi.

Come vedi i sistemi democratici proposti e praticati in Europa?

Tu pensi che le persone siano felici? Nelle grandi metropoli c’è una completa separazione dell’uomo dalla natura, si è fatto di tutto per eliminare gli animali e gli alberi dalle città. La democrazia andrebbe misurata secondo i criteri della felicità, parlare di democrazia senza dargli un significato pratico, senza mettere l’umanità al centro, non ha alcun senso.

Ripartire da Kobane

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Nel mezzo del conflitto siriano, nelle tre principali aree curde del nord della Siria, uno straordinario esperimento di democrazia ha folgorato tutti gli amanti della libertà. Dopo aver espulso gli emissari di Assad, e nonostante l’inimicizia di gran parte dei vicini, la Rojava non solo sta mantenendo la sua indipendenza, ma sta portando avanti la sua “rivoluzione segreta”. I corpi titolari del potere decisionale sono le assemblee popolari, in ogni governatorato le cariche vengono assegnate con il rispetto tanto delle diverse etnie quanto dei generi, ci sono consigli dei giovani e delle donne. Proprio le donne, unite nelle brigate delle YPG, stanno guidando l’eroica resistenza di Kobane contro l’avanzata dello Stato Islamico. Al califfo Al-Baghdadi non deve andare giù che a fermare il suo esercito siano proprio le donne che lui vorrebbe vendere come merci nei mercati di Raqqa. Non deve andar giù nemmeno che una “città ribelle”, con un esercito popolare e male armato, stia resistendo da oramai due mesi, quando grandi città come Raqqa e Mosul sono cadute in meno di 24 ore. Abbiamo l’impressione che Kobane da sola stia scompigliando le carte dei grandi attori internazionali nella regione, in una partita che va ben al di là della sua sopravvivenza.

Se fino all’attacco dell’ISIS sul monte Sinjar il mondo aveva ignorato la Rojava, la notizia dell’eroico salvataggio di migliaia di yazidi intrappolati in Iraq (il 3 Agosto) è stata celebrata in tutto il Medio Oriente, mentre è stata taciuta o mistificata dai media occidentali. In seguito, quando gli aerei da guerra americani hanno cominciato lentamente ad intervenire lo hanno fatto con occasionali e simbolici bombardamenti. Sappiamo però che per fermare l’ISIS sarà necessario che le popolazioni locali inizino a sognare di poter prendere in mano il loro futuro: la storia irakena degli ultimi dieci anni ci insegna che non serviranno nuove crociate a stelle e strisce per portare democrazia.

In un Medio Oriente in cui la geopolitica occidentale traccia da secoli confini sulle mappe geografiche basandosi su divisioni etniche, linguistiche e religiose, considerate a torto irriducibili, si scopre che proprio in questa terra, dove per definizione i popoli saprebbero vivere solo sotto l’egida di regimi autoritari, donne e uomini possono cooperare dal basso per una democrazia radicale, egualitaria, laica e anticapitalista. Una democrazia in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo e “la padronanza dell’uomo sulla donna e sulla natura” sono abbandonati per cercare di spezzare il circolo della violenza creato dai diversi nazionalismi in competizione per il controllo dello stato-nazione. Scopriamo che se in una società il più forte coopera con il più debole per “fare rete” e non per dominare l’altro possiamo intravedere “il regno della libertà”. Con la Carta della Rojava si sta mettendo in discussione un modello di civilizzazione vecchio di millenni, fondato ben prima della nascita del capitalismo. La Rojava è un esperimento pericoloso perché potenzialmente universale.

Il confederalismo democratico contiene diverse innovazioni teoriche molto interessanti, prima fra tutte il federalismo bottom-up, la possibilità dei commons di organizzarsi dal basso. Il PKK ha infatti dichiarato di non perseguire più la creazione di uno Stato-nazione kurdo indipendente. Inspirato dall’utopia insita nell’ecologismo sociale, in Rojava sono sorte comunità auto-governate basate sui principi della democrazia diretta e capaci di mettere in comune anche al di là dei confini dello Stato-nazione. Nella visione di Ocalan, il movimento curdo potrà diventare un modello per un movimento mondiale verso la democrazia diretta, la cooperazione economica e la dissoluzione delle burocrazie statali.

Nella Rojava ci siamo riconosciuti, abbiamo ritrovato quel filo che unisce esperienze lontane e non, la Comune di Parigi, le comunità zapatiste, le piazze del 15M e Occupy. Abbiamo riascoltato le voci di quei visionari palestinesi per cui “la terza intifada sarà globale o non sarà affatto”. Per tutte queste ragioni abbiamo deciso di andare a Suruç, la città gemella di Kobane oltre il confine turco-siriano, per cercare le connessioni con la nostra storia e costruire un’opposizione comune all’austerity ed alla guerra. Sappiamo bene che la solidarietà internazionalista è inutile se non lottiamo nei nostri territori per liberare noi stessi dal sistema di sfruttamento e di dominio.

“Guerra e crisi”: mettere in discussione questo binomio significa reinventare modelli di coesistenza differenti, di integrazione non unilaterale, significa chiudere i tanti ghetti in cui finiscono i migranti in fuga dalla guerra quando sopravvivono alle tragiche traversate del Mediterraneo.

Andiamo anche per capire come viene affrontato l’arrivo di migliaia di profughi in un sistema di accoglienza autogestito ed in assenza della cooperazione internazionale. Andiamo alle porte dell’Europa per cercare di creare nuove connessioni e nuove prospettive con i movimenti euro mediterranei. Andiamo immaginando un nuovo movimento no war e lo vogliamo fare insieme alle tante delegazioni di cui si compone la staffetta.

Partiamo per Suruç con un gran desiderio di formazione politica e per continuare ad agire e sognare insieme a loro. Partiamo per rompere l’isolamento in cui il PKK è stretto da anni, per costringere le istituzioni europee a togliere il Partito dei lavoratori curdi dalle liste del terrorismo internazionale e ottenere il riconoscimento politico dei Cantoni della Rojava.

Viva la resistenza di Kobane!

Staffetta Romana per Kobane